Nel caso dell’omicidio di Piersanti Mattarella, a quasi quarantacinque anni di distanza, la svolta non arriva da un nuovo test del Dna né da una testimonianza inedita. Arriva da una fotografia. Uno scatto in bianco e nero, custodito per decenni in un archivio, mostra un guanto di pelle marrone sulla Fiat 127 dei killer: un dettaglio apparentemente marginale, ma decisivo. Quell’immagine, rimasta silenziosa per anni, oggi mette in crisi versioni ufficiali e svela il possibile depistaggio che ha portato ai domiciliari l’ex funzionario di polizia Filippo Piritore.
È la fotografia, più ancora della parola scritta, a rendere concreta la memoria dei fatti. Quando un oggetto scompare, l’immagine ne preserva l’esistenza. Quando un verbale è impreciso, la foto diventa controprova. Nel caso Mattarella, la Scientifica descrisse il guanto nei documenti, ma l’oggetto non fu mai repertato. Solo la fotografia ne certifica la presenza: un frammento visivo che resiste al tempo e alla retorica.
Questa vicenda dimostra che la fotografia non è “la verità”, ma può essere il suo ultimo presidio. A condizione che ogni immagine sia accompagnata da data, luogo, autore e catena di custodia verificabile. Senza queste garanzie, lo scatto rischia di diventare manipolabile o ambiguo. Con esse, invece, diventa prova storica, fonte d’inchiesta, memoria civile.
Oggi, nell’era digitale e dell’informazione istantanea, la lezione è ancora più attuale: fotografare significa documentare, ma anche assumersi la responsabilità di conservare e rendere tracciabile ciò che si vede. Perché solo un archivio visivo solido, pubblico e verificabile può impedire che la verità evapori. E così, anche un “guanto fantasma” può tornare a illuminare la storia.
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