«Abbiamo mille strumenti per vedere. E abbiamo perso la visione». Abbiamo mille strumenti per guardare, ma sempre meno tempo per vedere davvero. Il nostro sguardo corre, consuma immagini, le sostituisce. E così, paradossalmente, più vediamo e meno ricordiamo.
Poi accade qualcosa che interrompe tutto. Un’eclissi dura pochi minuti. Il cielo cambia, la luce si spegne, e per quei pochi istanti milioni di occhi si sollevano nella stessa direzione. Ci fermiamo. Guardiamo. E proprio perché sappiamo che durerà poco, quello sguardo diventa più intenso.
Forse è questo il tempo delle immagini: non quanto a lungo rimangono davanti ai nostri occhi, ma quanto a lungo riescono a rimanere dentro di noi.
Nel fotogiornalismo, un’immagine può diventare storia. Può essere quel decimo di secondo di persistenza retinica che continua a scavare nella memoria. Un solo fotogramma può sopravvivere all’intero film della vita e diventare il modo attraverso cui ricordiamo un avvenimento, un’epoca, una persona.
Una fotografia può essere testimonianza. Può essere prova. Può essere memoria. Eppure, nel film della nostra storia italiana, mancano ancora moltissimi fotogrammi.
Fotografie rimaste fuori dagli archivi, dai musei, dalle collezioni. Immagini scattate da fotografi privati, spesso invisibili alle istituzioni, che hanno visto e documentato ciò che altri non vedevano, ciò che forse non doveva essere visto.
E allora la domanda è: che cosa abbiamo perso lasciando scomparire quelle immagini? Perché quando un archivio fotografico viene distrutto o dimenticato, non scompare soltanto un insieme di fotografie. Scompare una parte della memoria di chi le ha scattate, di chi è stato fotografato e della storia che quelle immagini avrebbero potuto raccontare.
Forse il vero oblio non è smettere di guardare. È non avere più immagini da guardare. Un’eclissi ci insegna che anche pochi minuti possono imprimersi per sempre nella memoria.



