Cinquant’anni fa l’Italia fu segnata dal massacro del Circeo, una vicenda che resta tra le più drammatiche della cronaca nera. Era il 29 settembre 1975 quando Donatella Colasanti (17 anni) e Rosaria Lopez (19 anni) furono attirate con un inganno in una villa di San Felice Circeo da tre giovani della Roma bene: Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira. Le due ragazze furono segregate, torturate e violentate per ore. Rosaria non sopravvisse, Donatella riuscì a salvarsi fingendosi morta e fu ritrovata il giorno dopo nel bagagliaio di un’auto, accanto al corpo dell’amica.
La scena del ritrovamento non è rimasta solo nelle pagine dei giornali. Quel 30 settembre 1975, sul posto c’era il fotoreporter Antonio Monteforte, che con i suoi scatti fissò per sempre l’immagine del dolore e della violenza. Il flash che illumina il volto stremato di Donatella Colasanti e il corpo senza vita di Rosaria Lopez è diventato un documento che ha superato la cronaca: è memoria visiva, una testimonianza che impedisce l’oblio.
Monteforte apparteneva a quella generazione di fotografi che negli anni Settanta inseguivano la cronaca senza sconti, consapevoli che un’immagine poteva dire più di mille articoli. Le sue foto, crude e immediate, hanno imposto alla società di guardare in faccia la brutalità del delitto e di fare i conti con la violenza di genere. Non c’è estetica, non c’è compiacimento: c’è la verità nuda.
Lo stesso Tano D’Amico, altro protagonista della fotografia di cronaca, ha raccontato più volte che l’obiettivo del fotografo non è creare bellezza, ma “restituire dignità a chi la violenza l’ha subita”. In questo senso, le immagini del Circeo hanno fatto esattamente questo: hanno ridato voce alle vittime e hanno costretto il Paese a guardarsi allo specchio.
A mezzo secolo di distanza,



