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Joan Fontcuberta, post-fotografia e immagini latenti

Joan Fontcuberta, fotografo, scrittore e docente spagnolo che insegna comunicazione audiovisiva all’Università Pompeu Fabra di Barcellona, e considerato uno dei massimi esperti in ambito della fotografia contemporanea, ha appena pubblicato il suo ultimo libro dal titolo “Immagini latenti. La fotografia in transizione”, Mimesis Edizioni, che parla del futuro della fotografia.

In particolare, il libro pone l’accento sulla transizione dalla fotografia intesa non più solo come strumento di oggettività, ma come ambiente con un intersoggettività sempre più manifesta, che porta all’era della post-fotografia, dove l’ibridazione, la contaminazione e l’ambiguità assurgono a ruolo fondante non solo della dimensione artistica, ma anche del racconto storico, dell’esperienza umana, collettiva e individuale, emotiva, sociale, politica, e della contemporaneità tout court.

Come afferma Joan Fontcuberta, la fotografia ha un rapporto strettissimo con i progressi tecnologici, da sempre frutto dello zeitgeist, una specie di “angelus novus”, un angelo della storia di Walter Benjamin, in fermo-immagine, che rimane ad ammirare dall’alto le archeologie del passato, mentre il progresso accelera, avanzando e travolgendo tutto.

Questo è il contesto in cui emerge la post-fotografia, dove la globalizzazione ibrida i confini, con una digitalizzazione sempre più presente e con una intelligenza artificiale capace di spingere conoscenza e creatività oltre ogni limite fin qui conosciuto, che porta, più di qualcuno, ad azzardare il concetto di post-umano.

Interessante la definizione di “immagine latente” che restituisce l’autore, a confronto con lo “spazio latente”, riguardo la fotografia, ossia il regno dell’invisibile che necessita di spazio e tempo per essere realizzata e resa, effettivamente, visibile. Come afferma l’autore, è una “promessa di visualità” tra un’immagine latente in attesa di rivelarsi e uno spazio latente che di fatto permette un firmamento di immagini infinite.

Per “latenza”, l’autore, intende la condizione insita nella fotografia di “mancata immediatezza”: essa ha sempre bisogno di un processo invisibile che la precede,

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