C’è un rischio costante quando si parla di memoria: trasformarla in un esercizio retorico, rassicurante, spesso nostalgico. La mostra fotografica “La tua forma è la mia memoria”, di Thalita Bartoli e Lorenzo Imprescia, in programma a Roma, sceglie invece una strada più complessa e meno conciliatoria. Non racconta il ricordo, ma mette in discussione le forme che lo rendono possibile, interrogando il rapporto tra materia, tempo e sguardo.
Le immagini, rigorosamente in bianco e nero, ritraggono superfici erose, pietre segnate, volumi attraversati dal tempo. Non c’è alcuna volontà decorativa: la forma non è estetica da esibire, ma traccia, impronta, residuo. La memoria emerge così come relazione, mai neutra, tra chi osserva e ciò che viene osservato. L’oggetto fotografato non spiega, non guida: costringe piuttosto a interrogarsi su ciò che lo sguardo proietta su quelle superfici mute.
Il dialogo tra Bartoli e Imprescia, in un progetto a quattro mani, evita la semplice somma di immagini. I due autori condividono una grammatica visiva essenziale, fatta di rigore e sottrazione, ma mantengono differenze capaci di generare tensione e profondità. La fotografia diventa così uno strumento di selezione: ogni inquadratura costruisce senso, ma allo stesso tempo cancella, riduce, riorganizza il reale.
Centrale è la scelta dell’analogico, inteso non come richiamo nostalgico ma come metodo. La pellicola impone lentezza, attenzione, intenzione. La luce incide fisicamente sull’immagine, restituendo una concretezza che dialoga con i soggetti rappresentati: erosioni, stratificazioni, segni del tempo. Anche senza conoscere i dettagli tecnici, lo spettatore percepisce una densità diversa, una fotografia che non “abbellisce” ma misura.
“La tua forma è la mia memoria” non offre risposte, ma apre uno spazio di esperienza. Chiede tempo, chiede presenza. E ricorda che la memoria non è un archivio immobile, ma qualcosa che accade ogni volta che guardiamo davvero.



