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La vera fotografia: intervista a Gianni Berengo Gardin

” L’intervista sarà breve. Non frarò troppe domande.”
” Lei è una giornalista o una fotografa?”
” In verità sono un medico. Mi chiamo Venezia.”
” Allora l’intervista mi piace. Mi piace molto.”

Era il 2018 quando, in occasione di uno degli innumerevoli vernissage del maestro, riuscii ad ottenere un’intervista che mi impensieriva. Non fosse altro che per la richiesta di poter scattare un paio di ritratti a lui, il fotografo per eccellenza, quel celebre Gianni Berengo Gardin che mi aveva raccontato Venezia e tante altre cose nel suo intenso bianco e nero, che possiede qualcosa di patito ma che conserva una purezza quasi misteriosa, che non sai decifrare. Ero sicura che il mio tele, di cui ho sempre goduriosamente abusato, non gli sarebbe piaciuto.

In realtà, forse perché eravamo circondati da un esercito di hobbisti muniti di una nota focale- quei 35 millimetri che sono quasi la sua firma, il maestro gettò sul mio tele uno sguardo colmo di curiosità. Colsi una punta di preoccupazione.

Prendo coraggio. Il tele mi richiama alla mente, com’è inevitabile, Fulvio Roiter.

Due grandi a Venezia. Gianni Berengo Gardin e Fulvio Roiter. Eravate amici?

Sì, con Fulvio eravamo molto amici. Ma, della sua fotografia non condivido nulla.

Si riferisce alla differenza tra fotogiornalismo e fotografia come arte? I libri di Fulvio Roiter, pur essendo capolavori, hanno posto le basi per un effetto cartolina della laguna. 

Pensi che mi sono spesso irritato se qualcuno mi definiva un artista. Per me fotografare significa documentare, raccontare. Una foto non è bella, semmai è buona. La cosa più importante nel mio lavoro è stata acquisire la capacità di guardarmi intorno. Di guardare il reale. Se si è veramente fotografi si scatta sempre,

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