Quando leggo la storia di Alessio Romenzi, provo subito un moto improvviso ed istintivo di empatia, come sempre mi accade quando conosco un collega fotografo che ha vissuto già tante vite in una; tanti racconti come quelli rivelati nell’eterno istante di un dagherrotipo- o meglio, diremmo oggi, di uno scatto in digitale. Nato a Colle Sant’Angelo, sembra destinato alla più tranquilla delle esistenze con il lavoro alla ThyssenKrupp dal 2009 si trasferisce a Gerusalemme per documentare la Primavera Araba.
Dal 10 Gennaio al 16 Febbraio negli spazi espositivi del Palazzo GIL di Campobasso, si inaugura la sua Mostra “L’ultimo ballo. Vite sospese al tempo della guerra” all’interno di Molichrom: Festival della fotografia nomade.
Gaza Strip, Gaza City: A Palestinian look a heavy destruction in Al Shaaf neighbourhood during a 72 hours ceasefire on August 11, 2012. ALESSIO ROMENZI
Personalmente è un cambio di vita che capisco ed ho vissuto, ma tu puoi raccontarmi com’è andata?
Ho iniziato relativamente tardi, all’età di 35 anni. Fino ad allora, la fotografia era stata un sogno nel cassetto. Vivevo l’esistenza serena di un dipendente con uno stipendio sicuro a fine mese, finché non ho deciso di raggiungere un amico fotografo, Marco Longari, a Gerusalemme per un progetto da realizzare assieme. Doveva essere una breve permanenza, un mese circa (sorride). Non ho mai preso il volo del ritorno e sono rimasto per un anno e mezzo.
Per chi vuole diventare un fotoreporter di guerra, la Palestina è una scuola perfetta. Ho avuto la possibilità di affiancare tanti bravissimi professionisti in un teatro di crisi che offriva-e continua purtroppo ad offrire- occasioni di scatto quotidiane.
Mentre preparo questa intervista, arriva la notizia della liberazione della giornalista Cecilia Sala. Quanto è pericolosa la vita dell’inviato nelle zone di crisi?



