C’è un filo rosso che attraversa la storia della fotografia italiana: l’ostinazione di chi, con una macchina in mano, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. Maurizio Riccardi li chiama “maledetti fotografi”: testimoni scomodi, spesso maltrattati, ma indispensabili. Senza di loro, pezzi interi della nostra memoria collettiva sarebbero rimasti sepolti.
Basterebbe ricordare Maurizio Piccirilli, appostato tra le strade di Roma il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, costretto a scappare per difendere il proprio lavoro. O Rino Barillari, che ha preso botte in ogni vicolo della Dolce Vita pur di raccontare un mondo che oggi sembra leggenda. E ancora Secchiaroli, Geppetti, Carlo Riccardi, Cantone, Bonifazi, Ravagli: una generazione che ha consegnato all’Italia non solo immagini, ma coscienza civile.
Eppure, a distanza di decenni, qualcosa si è incrinato. Si parla molto di libertà di stampa, ma troppo poco di libertà per il lavoro fotografico. Oggi la fotografia è ovunque, e proprio per questo rischia di non essere da nessuna parte. Lo smartphone ha reso tutti fotografi e, paradossalmente, ha cancellato il fotografo come professionista: regole, deontologia, riconoscimento sono evaporati in un rumore di immagini infinite, troppo spesso senza memoria.
Riccardi lancia una domanda che pesa come un macigno: se era un lavoro, perché non dovrebbe esserlo ancora? La fotografia resta un mestiere, nonostante la retorica della passione gratuita o la pretesa che basti “un clic” per essere autori. Un mestiere che andrebbe salvato: garantendo tutele, riconoscendo diritti, restituendo dignità a giovani oggi sfruttati con compensi ridicoli.
Ci sono soluzioni possibili, che chiamano in causa politica, istituzioni culturali, scuole. La fotografia dovrebbe tornare a essere insegnata come linguaggio, non solo come tecnica, per educare lo sguardo delle nuove generazioni. Gli archivi storici dovrebbero essere valorizzati e resi accessibili,



