Roma ritrova Robert Mapplethorpe nel luogo forse più adatto possibile: il Museo dell’Ara Pacis. Non soltanto per la monumentalità degli spazi o per il dialogo naturale con la classicità romana, ma perché Le forme della bellezza, inaugurata il 29 maggio, mette finalmente al centro ciò che del fotografo americano è stato troppo spesso ridotto a provocazione: la disciplina della forma.
La grande retrospettiva, curata da Denis Curti e realizzata in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, raccoglie oltre duecento fotografie e conclude il percorso espositivo iniziato a Venezia e proseguito a Milano.
Entrando nelle sale dell’Museo dell’Ara Pacis, si ha subito la sensazione che Mapplethorpe non abbia mai considerato la fotografia un semplice strumento documentario. Ogni immagine appare costruita come una scultura: luce e ombra modellano i corpi, i fiori, i volti celebri con una precisione quasi ossessiva. La Hasselblad diventa scalpello, il bianco e nero marmo contemporaneo.
Ed è proprio questo il punto più interessante della mostra romana: sottrarre Mapplethorpe alla semplificazione scandalistica che per decenni ha accompagnato il suo nome. Certo, ci sono le immagini più sensuali, i corpi maschili tesi come statue greche, le tensioni erotiche che negli anni Ottanta fecero discutere l’America conservatrice. Ma qui il desiderio non è mai pornografia. E’ composizione, equilibrio, geometria.
La mostra insiste intelligentemente sul rapporto con l’antico. Non è un’operazione decorativa: funziona davvero. Le fotografie dialogano con due sculture classiche provenienti dai Musei Capitolini e improvvisamente tutto diventa più chiaro. Mapplethorpe guardava ai corpi contemporanei come un artista rinascimentale guardava all’arte greco-romana: cercava la perfezione ideale, non la cronaca del reale.
Il percorso attraversa ritratti celebri – da Patti Smith a Richard Gere, da Yoko Ono a Donald Sutherland – ma anche autoritratti,



