Roma segna un punto di svolta nel panorama culturale internazionale. Giovedì 29 gennaio 2026, presso il Padiglione 9D dell’ex Mattatoio di Testaccio, è stato ufficialmente inaugurato il primo Centro pubblico della Fotografia della Capitale. L’evento, celebrato durante il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, ha visto la partecipazione del Sindaco Roberto Gualtieri, della Sindaca Anne Hidalgo e dell’Assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio. Il progetto è il fulcro della futura “Città delle Arti”, un piano di rigenerazione urbana volto a trasformare l’antico macello in un polo creativo d’eccellenza.
Uno spazio polifunzionale per la cultura visiva
La struttura si estende su 1.500 metri quadrati. Il piano terra ospita spazi modulabili per esposizioni e una biblioteca con oltre 3.000 volumi, mentre il primo piano offre una sala polivalente e un ballatoio espositivo. Le mostre inaugurali, aperte fino al 29 giugno 2026, presentano i lavori del maestro Irving Penn e dell’italiana Silvia Camporesi. Sebbene l’apertura sia stata accolta con entusiasmo, il dibattito si è subito acceso su ciò che ancora manca in questo ambizioso progetto.
Il nodo del fotogiornalismo: la storia “assente”
Nonostante il prestigio internazionale, diversi osservatori sottolineano una lacuna: l’assenza della Roma dei fotogiornalisti. Se il Centro celebra la fotografia come arte, sembra per ora trascurare quella tradizione documentaria che ha reso immortale la città. Dalle pionieristiche immagini di Stefano Lecchi sulla Repubblica Romana del 1849, fino agli scatti dei paparazzi, Roma custodisce un patrimonio di cronaca che ha segnato la coscienza del Paese.
Eventi drammatici come il caso Montesi, il massacro del Circeo, il ritrovamento di Aldo Moro o il delitto Pasolini non sono solo cronaca, ma storia viva. L’auspicio degli esperti è che la programmazione futura si ampli, includendo il reportage di guerra e la fotografia d’inchiesta, mettendo in dialogo i giovani autori con i grandi testimoni della realtà nazionale.



