Sono andato a visitare Cortona On The Move e, tra le mostre che più mi hanno colpito, c’è Guilty Ground della fotografa olandese Steffi Reimers, allestita alla Fortezza del Girifalco. E’ un lavoro che parte da una vicenda precisa e dolorosa della storia criminale italiana: i luoghi della Calabria nei quali, dopo i rapimenti, alcuni ostaggi sono stati tenuti prigionieri per mesi o addirittura per anni.
Ma è proprio qui che il lavoro di Reimers compie uno scarto interessante. Perché nelle sue fotografie gli ostaggi non ci sono. Non ci sono i sequestratori, non ci sono le armi, non ci sono le corde, le minacce, le trattative. Non c’è nulla di ciò che normalmente associamo alla rappresentazione di un sequestro. Rimangono i luoghi.
E quei luoghi, fotografati oggi, sembrano improvvisamente assumere una funzione diversa. Una casa, una stanza, un terreno, un anfratto, un pezzo di campagna non sono più semplicemente ciò che vediamo. Diventano prigioni senza sbarre, spazi apparentemente normali che la memoria trasforma in luoghi della costrizione.
E’ questa, forse, la forza maggiore di Guilty Ground: fotografare l’assenza per farci percepire una presenza. Guardando queste immagini si avverte una forma di inquietudine che non nasce necessariamente da ciò che la fotografia mostra, ma da ciò che costringe lo spettatore a immaginare. È come se ogni inquadratura contenesse una domanda: che cosa è accaduto qui? Dove si trovava l’ostaggio? Quanto tempo ha trascorso dentro questo spazio? Che cosa vedeva dalla finestra? Quante volte avrà percorso quegli stessi pochi metri? E soprattutto: come cambia la percezione del tempo quando il tempo non ti appartiene più?
Per un sequestrato il luogo non è soltanto uno spazio fisico. E’ la misura della propria privazione.



