Nel suo ultimo libro: “Una foto è una foto è una foto”, edito da “Le Vele – Einaudi”, titolo ispirato al celebre verso di Gertrude Stein (Una rosa è una rosa è una rosa), Silvia Camporesi, reporter, artista e fotografa d’eccezione, analizza le diverse dimensioni che vanno a definire la nobile arte della fotografia, che al giorno d’oggi, complice l’avvento dello scatto digitale, sembra essere diventata una sorta di quarta dimensione capace di illuderci di poter ricordare tutto, sostituendosi alla memoria.
“La fotografia nella sua storia ha affrontato diverse rivoluzioni. Siamo entrati oggi nell’epoca della pervasività delle immagini fotografiche. Ci sono più immagini che cose, più schermi che sguardi. La fotografia non è morta: si è dissolta nei suoi infiniti travestimenti.” Questo è l’incipit descrittivo del libro, che da voce ad una ricchezza di fondo, senza eguali, ma al contempo mette in guardia nei confronti di un utilizzo multiplo e troppo tecnico delle rielaborazioni delle immagini. Ogni immagine nasconde un’intenzione e un pensiero che spesso assume, nell’occhio di chi guarda, un senso nuovo e ulteriore, stravolgendo e ricostruendone il significato.
Come afferma Jon MacCormack, Vicepresidente camera software engineering di Apple: “Ci piace pensare alla fotografia come a una celebrazione personale di qualcosa che è realmente accaduto. Che sia qualcosa di semplice come una tazzina di caffè dal design particolare, o qualcosa di fondamentale come i primi passi di mio figlio, è sempre qualcosa che è realmente accaduto. Qualcosa che ha lasciato un segno nella mia vita e che merita di essere celebrato”.
“A te, che mi vedevi limpida anche quando io ero sfocata”, declama la dedica in apertura del libro, un lavoro ricco di esperienze personali, riferimenti storici, citazioni preziose e riflessioni sul ruolo dell’immagine nel mondo contemporaneo, esplorando il senso del vedere e del raccontare,



